Spunti per una ri-costruzione

Spunti per una ri-costruzione

Questo articolo è stato pubblicato il 13 Dicembre 2016 dal Giornale delle Fondazioni, ed è disponibile qui nella sua versione originale.

Dopo uno sguardo alla situazione post-sisma in Umbria con «Scosse di comunità. Per una ri-costruzione», alcuni spunti e riflessioni per una fase post-emergenziale costruttiva e rigenerativa, grazie ai contributi di Luca Dal Pozzolo e Christian Iaione. Prospettive diverse, obiettivo comune

Superata la fase di emergenza, quali scenari di intervento e quali processi da attivare con le comunità colpite dal sisma?
Lo abbiamo chiesto a Luca Dal Pozzolo, architetto, docente universitario, fondatore di Fondazione Fitzcarraldo e direttore dell’Osservatorio Culturale del Piemonte, e a Christian Iaione, docente universitario presso l’Università LUISS Guido Carli e direttore di LabGov, pionere dei beni comuni.

Foto Roberto Settonce – LaPresse

Luca del Pozzolo

Il futuro delle macerie…
Ho qualche perplessità sul ricostruire più in fretta possibile “dov’era e com’era”…
Sul “dov’era” non nutro particolare dubbi: l’impianto urbanistico preesistente è sicuramente da riconfermare, a meno di palesi contraddizioni e ostacoli a un abitare contemporaneo. Che lo spazio pubblico, le strade, le piazze ritrovino la loro dimensione cava che per centinaia d’anni ha trattenuto nel suo alveo il quotidiano della società locale, che questa impronta di comunità, questo contenitore pubblico di vita e socialità ritrovi i suoi confini e si ri–offra ai residenti, consentendo loro una nuova collimazione dello spazio del ricordo, della fanciullezza, degli avi con lo spazio presente degli adulti, dei figli e dei futuri nipoti, mi sembra ricchezza da non disperdere. E che la Basilica di San Benedetto a Norcia possa essere ricostruita per l’ennesima volta dopo un terremoto, di nuovo e ancora, a rinnovare il senso e l’appartenenza a un luogo che non si misura dall’integrità dei manufatti, dalla loro originalità, ma dal rinascere dopo il tremito delle faglie, dal serbare le testimonianze di un passato che non tramonta nella società locale, nella memoria e negli affetti degli abitanti, più resistenti delle povere malte inadeguate a tener insieme pietrami scossi dalle onde sismiche. 
E’ sul “com’era” che nutro dubbi. Mi vien da dire non “com’era”, ma molto meglio. Sono tentato di vagheggiare il modello Noto, dopo il terremoto del 1693, una best practice barocca, quando i migliori progettisti di Sicilia, e non solo, i migliori scalpellini, scultori, tagliapietra, carpentieri, per cammini diversi, arrivarono nella Val di Noto con i loro attrezzi per costruire un patrimonio che trecento anni dopo ci lascia incantati e privi di nostalgia per qualsiasi cosa ci fosse prima…
Lo so, altri tempi e situazione incomparabile con un oggi stretto da un pregiudizio di timorosa sottovalutazione che nega al presente la possibilità di poter far meglio del passato, da una parte, e l’arroganza di chi pensa (quando pensa) alla libertà di imporre forme che con il passato rifiutano qualsiasi dialogo. E non parlo solo dell’arroganza del progettista incapace di dominare altrimenti un ego debordante; lo dico guardando anche quel che resta delle case degli anni ‘60 e ’70 costruite male da non evitare crolli e lesioni, e male da negare una qualche relazione con il tessuto storico. Esempi avviliti più che sperimentazioni eroiche e invadenti.
Eppure… Costruire meglio si deve, almeno sotto il profilo strettamente costruttivo e antisismico, perché il prossimo terremoto limiti i suoi danni al provocare spavento, ansietà, disagio, magari da supportare psicologicamente; che vadano in frantumi suppellettili delicate e mal posizionate, ma che non si registrino più morti, feriti, danni tali da mettere in ginocchio le famiglie, le imprese, gli agricoltori. Ma se l’obiettivo è questo, allora ne discendono alcune conseguenze; le forme resistenti a violente scosse di terremoto non sono in tutto e per tutto coincidenti con le forme storiche: muta il rapporto tra pieni e vuoti, mutano le tecnologie di riferimento e diventa arduo ricostruire in muratura portante. Altri sono i materiali di riferimento, il cemento armato, le ossature in ferro e, recentemente, il legno che offre prestazioni di tutto rilievo. Una ricerca dell’identico, del “com’era” rischia di trasformarsi velocemente in camouflage, esercizio di scenografia, applicazione di pelli che mimano altre strutture, altre tipologie, altre tecnologie. Davvero si vuole questo esercizio di stile?, davvero si vuole costruire un presepe con l’acciaio inox e poi applicare sughero e muschio?
Non ne sono sicuro, ma forse esiste una terza via. Innovare, e non per innovare in astratto, non per questioni di forma, anzi. Ci si potrebbe produrre in questo esercizio: riprendere le forme storiche e saggiare fino a che punto possano essere oggetto di una ricostruzione che ne insegua asintoticamente la similitudine, arrestandosi prima della finzione, del rivestimento posticcio, dell’alterazione arbitraria dei volumi. L’esercizio consiste nel ricostruire, non nel riprodurre l’identico: e ricostruire vuol dire anche allontanarsi dal modello se ciò è richiesto dalle modalità costruttive, dalle tecnologie, dalla sicurezza. Ricostruire vuol dire dare spazio al nuovo, innovando, ovvero inserendo qualunque innovazione tecnica, formale, stilistica in un contesto di senso che continua a essere leggibile, come uno spazio storico che viene, appunto, ricostruito senza infingimenti. Anche se si usa il legno. Allora innovare diviene una bella sfida: ricostruire senza riprodurre pedissequamente una forma, ma facendo risorgere dalle polveri e dalle ceneri una fenice nuova, eppure progenie legittima della stessa specie. Uno spazio nuovamente storico, una storia che comprende la contemporaneità e che non considera oscurantista o strumentalmente storicista utilizzare le tecnologie e i materiali più avanzati per ridare volto a un luogo storico, senza sfigurarlo, mantenendone i caratteri, il senso e la memoria anche in presenza di necessarie licenze e scostamenti. Un esercizio umile in termini formali, ma di grande ambizione in termini concettuali, perché si propone non di copiare un manufatto ma di ricostruire un’architettura che seppure nuova incontri la memoria dei suoi abitanti. Perché il patrimonio è lì, in quella memoria che è ancora viva ed è un cemento della società locale, è quell’essere a casa propria, quell’abitare in pace tra la terra e il cielo il patrimonio da salvaguardare. E alla memoria non abbisogna che ogni pietra torni al suo posto, ma non può nemmeno sopportare che sia tutto, senza riguardo, diverso. Innovare vuol dire tentare questa via stretta, che non può essere percorsa se non coinvolgendo pienamente nei progetti di ricostruzione quelle comunità, quelle persone. E non per un’elargizione di democrazia partecipativa, ma perché la memoria da ricostruire alberga in ogni persona della comunità in modo diverso.
Così forse accettare un disagio un po’ più lungo, ma ricostruire insieme e in modo partecipato, saggiare la coscienza possibile del cambiamento e della conservazione insieme ai residenti, innovare e conservare collettivamente, potrebbe dare risultati più profondi esistenzialmente e duraturi che non una ricostruzione frettolosa, per quanto in condizioni di sicurezza, che mima goffamente con una scenografia una storia interrotta dai crolli.
Sarebbe bello che come a Noto, anche per una operazione meno ambiziosa quanto ad affermazione estetica e stilistica, convergessero qui giovani architetti, esperti di progettazione partecipata, giovani tecnologi, al servizio di una comunità che si mette in marcia per ricostruire il proprio luogo e ri-incontrare storia e memoria nel nuovo salotto fiammante di casa propria.

Christian Iaione
E’ incredibile constatare come oggi, in caso di terremoto, l’offerta di partecipazione ai soccorsi soverchi la domanda. Questo vuol dire che c’è una norma sociale che incentiva la collaborazione, in caso di calamità naturale. Nei due terremoti del centro Italia di quest’anno, la Protezione Civile ha dovuto chiedere ai soccorritori volontari di non precipitarsi, se non attraverso i canali istituzionalizzati. Diverso fu il caso dell’Irpinia nel 1980. L’allora presidente Pertini dovette fare un j’accuse allo Stato per le inadempienze dei soccorsi, chiedendosi perché le leggi sulla protezione civile non fossero state applicate, e dovette appellarsi al dovere costituzionale di “solidarietà umana”. Quel discorso ha in un certo senso portato lo Stato a rigenerarsi, almeno nella gestione delle emergenze, puntando sulla collaborazione civica tra cittadini e istituzioni. È la prova che bisogna pluralizzare lo Stato, per rigenerarlo. Il perno delle nuove politiche pubbliche sono quindi i cittadini che, col supporto dell’amministrazione, si fanno parte attiva. È questo che rende una città post-moderna, la sua usabilità civica. La nostra idea di futuro nel governo ruota intorno al ruolo chiave della comunità. Infatti, la “città ideale” per Lefebvre è “una continua opera degli abitanti, essi stessi mobili e resi mobili per e da questa opera. […] Il diritto alla città si manifesta come una forma superiore di diritti: diritti alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat, all’abitare”1. In questo diritto alla città rientra la cultura.Dovremmo anzitutto uscire dalla logica quantitativa in cui siamo entrati con quello sterile dibattito che ha ridotto la cultura a qualcosa “con cui (non) si mangia”, ma aprirci piuttosto ad un’analisi qualitativa dei suoi impatti. Sfida ardua, ma inevitabile. Questo per affermare il diritto alla cultura nelle città come diritto umano perché la cultura e la conoscenza sono ciò che possono davvero dare “dignità” al lavoro e all’esistenza. Quindi diritto alla cultura come diritto ad esistere, ad essere. E naturalmente una volta riaffermato questo diritto dobbiamo porci il tema di come “sostenere” questo diritto. Il modello di sostenibilità deve essere fondato su un partenariato forte tra pubblico, privato e comunità. La convenzione di Faro e il framework UE sulla Governance partecipativa della cultura vanno esattamente in questa direzione. Il caso del sisma e della ricostruzione, così come il modello policentrico e plurale di intervento, rappresentano nel contempo un’opportunità e un esempio importante per rigenerare le politiche pubbliche e riconoscere il giusto ruolo della comunità, affermando il suo diritto a co-produrre e co-gestire cultura nelle città.

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1H. Lefebvre, Il diritto alla città, Venezia, Marsilio, 1970 (ed. orig. Le droit à la ville, Parigi, Editions Anthropos, 1968