Ten Points on The City as Commons

Ten Points on The City as Commons

IASC

The City as a Commons” conference has produced a body of knowledge that can guide future research and policymaking on which we can build. Specifically, after some reflection, we came away from the conference with at least 10 lessons for the developing field of the urban commons:

1. There are many kinds of urban commons, some existing for many decades (e.g. housing cooperatives) and others just emerging. Social innovation is important for designing some types of urban commons and the conditions for commoning;

2. We must embrace the diversity of commons and commoning yet still be careful about what we call the commons; so more work is needed on analyzing what is an urban commons and what is not;

3. In addition to many resources being held or managed in common, in a collaborative fashion, the city itself must be considered a commons–both as an urban space and as a governing entity. The governance of the urban commons can be a framework to update political and bureaucratic decision-making processes at the city level;

4. The commons is an emerging framework for inclusiveness and equity in cities as the world is urbanizing and cities are the place where different cultures, classes and people come to live together, work together and grow together;

5. The role of technology is important for the commons, but technology is a means and not an end. It must enable and support the urban commons, and the ability of people to come together and collaborate in the interest of the community or communities;

6. Collective action for the urban commons should be enabling existing communities, stakeholders, and city inhabitants as much as creating new urban communities, formal and informal groups, movements, traditional stakeholders and social or collective organizations;

7. Urban commons need an “industrial plan” and new economic and/or social institutions to help transition some cities, and some areas within them, away from an old economic model to one that leverages the power of commoning and collaboration to support sustainable, flourishing as well as more inclusive, just and democratic communities;

8. The urban commons governance principle is not self-government, nor decentralization. It is rather distribution of powers among public, social, economic, knowledge and civic actors and therefore it implies a significant investment in the design of new forms of collaboration and partnerships among these actors;

9. Design principles for the urban commons should be written to reflect the design principles created by Elinor Ostrom, but adapting them to the challenges and characteristics of the more political, confrontational, and overregulated space which cities represent. The study of the commons in the city should be the focus of future research beyond the study of the urban commons. More attention should be put on experimentation, institutional diversity, spreading of social norms within urban contexts;

10. There should be safeguards against opportunistic, exploitative, and short-sighted behaviors, as well as escapist flights and utopian or ideological visions, in developing and sustaining the urban commons. A bottom-up, as well as a circular, approach is crucial for the urban commons and confirms Focault’s argument that power is “not something that is acquired, seized, or shared, something that one holds on to or allows to slip away; power is exercised from innumerable points, in the interplay of non egalitarian and mobile relations”.

This is just a tiny part of the huge body of knowledge generated by “The City as Commons” conference thanks to your support and cooperation. We look forward to building new advancements in the study of the urban commons hope that we can continue to partner with you towards this end.

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La conferenza “The City as a Commons” ha prodotto un patrimonio di conoscenza che negli anni a venire fungerà sicuramente da fonte di ispirazione per la ricerca e la formazione e dal quale si potrà partire per costruire nuove politiche pubbliche e immaginare nuovi strumenti di coesione sociale e sviluppo economico locale. I materiali per i quali gli autori presteranno il proprio consenso verranno resi gradualmente disponibili alla pagina: www.labgov.it/urbancommons/press/. Nello specifico, dopo alcune riflessioni svolte a valle della conferenza, abbiamo pensato di distillare “dieci lezioni sui beni comuni urbani”, consapevoli che si tratta solo di una possibile “mappa nautica” in un campo di studi con ancora enormi margini di esplorazione:

1.     per commons (o beni comuni) devono intendersi anche e soprattutto le istituzioni abilitanti l’azione collettiva. Ci sono tipologie diverse di queste istituzioni, alcune esistono da molto tempo (ad es. le associazioni di volontariato, le cooperative), altre stanno emergendo solo adesso. L’innovazione sociale è un fattore importante per il design di alcune tipologie di istituzioni per i beni comuni urbani e per le condizioni che favoriscono il commoning (o collaborazione civica) a livello urbano;

2.     dobbiamo abbracciare la diversità dei beni comuni, delle loro istituzioni e delle pratiche di commoning (o collaborazione civica) e porre molta attenzione quando definiamo i beni comuni: c’è bisogno, quindi di un approfondito lavoro di analisi per comprendere cosa è e cosa non è un bene comune urbano;

3.      oltre alle sue risorse, da gestire con un approccio collaborativo, la città stessa deve essere considerata come un bene comune sia come spazio urbano, che come entità di governo. La governance dei beni comuni può essere un framework adeguato per aggiornare il processo decisionale politico e amministrativo a livello locale;

4.     quello dei commons è un framework emergente che si sta affermando per migliorare l’inclusione e l’uguaglianza nelle città, tenuto conto del fatto che il mondo si sta urbanizzando e le città sono oggi quei luoghi dove culture, classi sociali, persone differenti si insediano per vivere, lavorare e crescere insieme;

5.     il ruolo della tecnologia è importante per i beni comuni, ma la tecnologia è un mezzo e non un fine, il cui compito è abilitare e supportare i beni comuni urbani e la capacità delle persone di collaborare nell’interesse della comunità o, ancora meglio, delle comunità;

6.     l’azione collettiva per i beni comuni urbani dovrebbe essere abilitante tanto per comunità, attori sociali, gruppi formali e informali, abitanti delle città preesistenti, quanto per nuove comunità urbane, nuovi gruppi formali e informali, nuove formazioni sociali e nuovi movimenti e attori e organizzazioni sociali o collettive;

7.     i beni comuni urbani necessitano di un “piano industriale“ e di una nuova istituzione  economica e sociale che aiuti la transizione di alcune città e di alcune aree urbane all’interno di esse da un vecchio modello economico ad un nuovo modello che faccia leva sul potere del commoning e della collaborazione civica per supportare comunità sostenibili, prospere nonché inclusive, eque e democratiche;

8.     il principio generale di design della governance dei beni comuni urbani non è l’auto-governo, nè il decentramento. Il principio generale è piuttosto la distribuzione del potere tra attori pubblici, sociali, economici civici e cognitivi e pertanto implica un investimento significativo nel design di nuove forme di collaborazione e partenariato tra questi attori;

9.     i principi di design per la governance dei beni comuni urbani o dei beni comuni nella città dovrebbero ispirarsi ai principi elaborati da Elinor Ostrom per il governo dei beni collettivi. Essi tuttavia vanno modulati e adattati alle sfide e alle caratteristiche di quello spazio politico, conflittuale e sovra-regolato che le città rappresentano. Lo studio dei beni comuni nella città, più che lo studio dei beni comuni urbani, dovrebbe essere uno dei focus verso i quali indirizzare le ricerche future.  Si dovrebbe porre un’attenzione maggiore alla sperimentazione, alla diversità (o differenziazione) istituzionale, alla diffusione di norme sociali all’interno dei contesti urbani;

10.  nello sviluppo e nel sostegno ai beni comuni urbani dovrebbero essere inserite delle clausole di salvaguardia contro comportamenti opportunistici, strumentali e di breve termine, così come si dovrebbero evitare fughe in avanti e costruzioni utopiche o ideologiche. Un approccio dal basso e circolare è cruciale per i beni comuni urbani e conferma la visione di Michel Foucalt, secondo il quale “il potere non è qualcosa che si acquista, si strappa o si condivide, qualcosa che si conserva o che si lascia sfuggire; il potere si esercita a partire da innumerevoli punti, e nel gioco di relazioni disuguali e mobili.